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Omoshiroi – Yuru-Chara: le origini di un fenomeno pop

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Yuru-Chara riunite per la cerimonia del World Character Summit ad Hanyu nella prefettura di Saitama a nord di Tokyo. Foto scattata il 22 novembre 2014 | Autrice: Eugene Hoshiko

Il fenomeno tutto giapponese delle mascotte ha origini moderne, parliamo degli anni ‘80 circa, eppure se tiriamo i fili che sporgono dai costumi di questi buffi e “pucciosi” peluche possiamo tornare indietro nel tempo di diversi secoli.

Le Yuru-Chara (o Yuru-Kyara, ゆるキャラ), sono le buffe mascotte spopolate nel Giappone moderno e contemporaneo, ma da dove arriva questo fenomeno virale e come si è evoluto col passare del tempo?

Incominciamo col dire che le mascotte in Giappone, non sono solo dei simpatici pupazzoni, bensì un vero e proprio elemento folkloristico del moderno Sol Levante; o almeno lo erano, ma questo è un dettaglio che affronteremo più avanti.

La derivazione storica del concetto di mascotte è dubbia, facciamo riferimento nello specifico all’idea moderna di morbido pupazzone di peluche, con fattezze sproporzionate e un testone da far invidia al Nuraryhon; se non sapete di cosa sto parlando fatevi una piccola ricerca e, già che ci siete, date un’occhiata al primo articolo della rubrica “Omoshiroi” qui.

Una cosa pare però essere certa, la parola Yuru-Chara deriva dal termine giappo-inglese: Yurui-Mascotte Character. Il termine sembra essere stato coniato da Jun Miura, un illustratore e scrittore giapponese che, quasi per scherzo, ha utilizzato questo termine per descrivere le neonate mascotte nei primi anni del 2000, dandoci un minimo di sicurezza spaziotemporale nel collocare la loro nascita ufficiale.


Un’estetica familiare


Da dove partire per ricostruire le origini delle Yuru-Chara? Abbiamo già posto come “data di nascita” delle moderne mascotte i primi del 2000, però non abbiamo ancora affrontato le radici della loro buffa estetica. Cominciamo col dire che Yurui in giapponese, un po’ come molte parole di origine nipponica, può voler dire diverse cose: letteralmente, tondo o morbido, aggettivi che descrivono bene le figure che stiamo trattando, mentre figurativamente potrebbe ricondurre a parole come goffo, maldestro o “sempliciotto”, di nuovo perfettamente in linea.

Da qui l’assonanza semantica propone facilmente un altro termine giapponese, che descrive un concetto abbracciato oramai non solo più dall’oriente: il kawaii. Il mondo delle mascotte nipponiche deve moltissimo a questa estetica nata negli anni ’70 del 900 e profondamente radicata nel folklore del paese. Ma da dove arriva il kawaii e perché ha influenzato così tanto il Giappone moderno in quasi ogni suo aspetto?

Potrebbe risultare superfluo indagare le motivazioni, da un certo punto di vista antropologiche e culturali, che hanno portato il Giappone moderno ad amare – quasi spasmodicamente – questo tipo di estetica; dopotutto parliamo di un qualcosa di superficiale e non di aspetti che influenzano direttamente l’attitudine etica, politica o filosofica del moderno Sol Levante. Eppure, così come potrebbe essere divertente, e sorprendente, indagare le motivazioni dell’importazione americana dell’estetica western in Italia, divenuta poi famosa nel mondo con l’appellativo “Spaghetti Western“, altrettanto sorprendente potrebbe essere indagare l’origine di questo fenomeno.

Il Kawaii: un fenomeno multigenerazionale

Come tutte le correnti, estetiche o concettuali, datarne un’origine non è possibile: è possibile però ricercare alcuni segni “premonitori” che annunciano l’arrivo di queste nuove derive concettuali. Per quanto riguarda il kawaii, ci sono un paio di cenni storici importanti che possono essere riconosciuti come quantomeno importanti per questo immaginario.

Serie di Netsuke | Netsuke attaccato all'Obi

Serie di Netsuke | Netsuke fissato all’Obi

Il primo è datato 1600, siamo nel Periodo Edo, a identificare la nascita dell’amore del popolo giapponese per gli oggetti minuti in questo momento storico è Tomoyuki Sugiyama, presidente della “Digital Hollywood University”, lo stesso che ha coniato il termine Cool Japan – un concetto decisamente polarizzante, del quale non abbiamo tempo di parlare però. Sugiyama fa coincidere la nascita dell’amore nipponico per gli oggettini, con la nascita dei netsuke: piccole sculture in legno o avorio, utili a fissare dei porta oggetti all’obi, la tipica cintura del kimono, così da sopperire alla mancanza di tasche. Parliamo di sculture che non avevano caratteristiche da rispettare, se non la grandezza, quindi estremamente varie; una varietà tale da aver generato un mercato collezionistico importante nonostante l’epoca.

Un altro elemento dirimente nella questione, potrebbe trovarsi all’interno dello scritto “Note del guanciale” (枕草子 Makura no Sōshi) di Sei Shōnagon, dama di corte dell’imperatrice e, come di consueto nell’epoca Heian, scrittrice. Assieme a Murasaki Shikibu – autrice del “Genji Monogatari” (“La storia di Genji“) – è probabilmente l’autrice più importante di quel periodo storico. Entrambe le opere sono considerate classici della letteratura giapponese. All’interno del volume “Note del Guanciale“, Sei Shōnagon scrive: “in verità, tutte le cose piccole sono belle“. Forse un po’ poco per riconoscere un fenomeno antropologico, ciononostante rimane un aneddoto interessante, soprattutto se pensiamo che ci troviamo nell’anno 1000 ovvero, circa 600 anni prima dei netsuke.

"Note del guanciale" di Sei Shōnagon e "La storia di Genji" di Murasaki Shikibu

“Note del guanciale” di Sei Shōnagon e “La storia di Genji” di Murasaki Shikibu

Ormai dovrebbe essere chiaro che, anche se non abbiamo una data o un evento storico preciso a cui far riferimento, il “fenomeno kawaii” è tutto fuorché recente. Ma allora quando è diventato di entità tale da travolgere ogni aspetto della cultura giapponese prima e il mondo intero poi? In questo senso, gli anni ’70 sono stati l’arbusto sul quale l’innesto del kawaii è cresciuto rigoglioso ed ha presto dato i suoi frutti. In questo periodo, il concetto prende piede soprattutto fra i giovani grazie a due avanzamenti tecnologici nel metodo di scrittura: la diffusione dei porta mine, migliorati a inizio secolo proprio da un giapponese, e la diffusione nel paese della penna a sfera, nata diversi anni prima in Ungheria.

Queste tecnologie permettono a tutti i giapponesi di scrivere con maggiore agilità e rompono la ritualità tipica della scrittura giapponese: basta pensare allo “shodō“(書道), anche detto “via della scrittura”, l’arte calligrafica giapponese; molto più di una materia di studio o un hobby, ma una vera e propria forma di espressione artistica. Nasce di conseguenza un nuovo modo di scrivere che non segue regole e integra agli ideogrammi, lettere latine e segni grafici di ogni tipo, come faccine o cuori. Questa scrittura si caratterizza per la rotondità delle forme che le fa guadagnare l’appellativo di marui-ji, “scrittura tondeggiante“, o manga-ji, in quanto verrà spesso mutuata da alcuni fumetti (soprattutto nella categoria “shojo“).

Da qui il passo è breve e quell’estetica rotonda e minuta consolidatasi nella marui-ji, diviene ben presto un canone applicabile alle illustrazioni (sarebbe forse il caso di aprire una parentesi per quanto riguarda il termine chibi, ma eviteremo di farlo per penuria di tempo). Come sempre accade si generano diverse declinazioni di kawaii, fra le quali la più virale è quella che tutti noi conosciamo, che si identifica con l’appellativo Yuru Kawaii. Eccoci quindi giunti all’anello mancante fra le famose mascotte e l’estetica kawaii, così visceralmente legata a questo popolo, forse più di quanto vorremmo ammettere.

Le mascotte giapponesi fra religione e mitologia

Certamente l’estetica delle mascotte giapponesi è fortemente influenzata da quella kawaii: carina, minuta e sproporzionata. Nonostante ciò è chiaro che un fenomeno di questa portata non può essere nato dal solo amore per le cose “carine”. Difatti, la mania – non può essere chiamata in altro modo per i livelli che ha raggiunto – del popolo giapponese per la personificazione di oggetti e concetti, ha origini molto più antiche.

È giunto quindi il momento di aprire la parentesi mitologica, dalla quale non ci si può esimere quando si vanno a toccare dei temi intersecati con l’apparato culturale e antropologico di un paese. Dunque, sicuramente il primo aspetto da citare è la religione Shintō, pratica religiosa nativa del Giappone, politeista e animista: ovvero che possiede un insieme variegato di divinità, che in questo specifico caso si chiamano “kami“, nonché dalla credenza che ogni oggetto sia animato da qualità divine o soprannaturali.

La pratica religiosa Shintō ha dato vita a decine di kami e centinaia di altre creature, raggruppate principalmente sotto il nome di Yūrei all’incirca i nostri fantasmi – e di Yōkai, un gruppo estremamente eterogeneo di creature (che spesso può lambire i confini con le altre categorie) che abitano una dimensione molto vicina a quella umana. Nonostante questi siano i due gruppi più famosi, molti altri tipi di creature girano attorno allo Shintō.

È chiaro come questa religione fatta di creature, spiriti e divinità che incarnano l’alternarsi del giorno e della notte, le tempeste e i temporali, la vita e la morte, sia esemplificativa della tendenza a personificare e spiegare qualsiasi fenomeno altrimenti “inspiegabile”. Forse è qui, infatti, che possiamo ritrovare il fulcro, il punto di partenza del grande fenomeno delle mascotte: quella strana tendenza umana di raffigurare “a propria immagine e somiglianza (a volte, più altre meno)” l’inspiegabile, così da darvi un senso.

Quanto è divertente pensare alle Yuru-Chara come delle moderne divinità, provenienti da un antico passato ormai dimenticato, senza più qualità soprannaturali – se non l’incredibile potere di generare (dio) denaro – corrotte fino al midollo da un virus inarrestabile (il kawaii) che le rende impotenti ma incredibilmente carine?


Le Yuru-Chara nell’era moderna


Dai primi anni 2000 ad oggi, il fenomeno delle mascotte è cresciuto esponenzialmente con dei ritmi a dir poco incredibili: basti pensare che l’evento cardine della cultura legata a questi simpatici pupazzoni, lo “Yuru-Chara Grand Prix“, ha visto il passaggio dalle 169 mascotte in gara nel 2010 (prima edizione) alle 1.727 del 2015. Numeri alla mano, più del decuplo dei partecipanti a 5 anni di distanza. Questo attesta, sì il dilagante interesse del popolo giapponese verso questo mondo, ma anche l’intuizione generale nei confronti di un fenomeno economico gigantesco.

Yuru-Chara Grand Prix: la bandiera di un fenomeno virale

Questo evento, lo “Yuru-Chara Grand Prix” può essere considerato il termometro che ha misurato la diffusione virale del fenomeno delle mascotte. Sono esemplificativi i dati delle partecipazioni all’evento che dal 2010 al 2015 sono salite esponenzialmente, per poi calare sempre più fino al 2020, anno dell’ultima edizione della manifestazione. Già, la competizione che si teneva per consacrare la miglior mascotte dell’anno, come successo per Hikonyan e Kumamon, ha ufficialmente chiuso i battenti. Una morte onorevole dovuta ad un lento calo di interesse culminata poi nel fendente fatale della pandemia.

Kumamon, mascotte della prefettura di Kumamoto - vincitrice dello Yuru-Chara Grand Prix 2011 Hikonyan, mascotte della prefettura di Hikone - vincitrice del primo Yuru-Chara Grand Prix 2010

Kumamon, mascotte della prefettura di Kumamoto – vincitrice dello Yuru-Chara Grand Prix 2012 | Hikonyan, mascotte della prefettura di Hikone – vincitrice del primo Yuru-Chara Grand Prix 2010

A questo grande evento partecipavano tutti i tipi di mascotte che rientravano nella categoria delle Yuru-Chara, qui la differenza è davvero sottile ma proviamo a darvi una definizione: rientrano sotto il cappello semantico “Yuru-Chara“, solo quelle mascotte che posseggono una certa attitudine amatoriale, in questo senso alcune icone simili ma con un compito rappresentativo più serioso, professionale, non possono essere considerate tali. Un esempio sono le mascotte di Major Company o team sportivi professionistici, come ad esempio il famoso Domo-kun, creato dalla NHK, oppure le mascotte: Miraitowa e Someity, create rispettivamente per le Olimpiadi e per le Paralimpiadi di Tokyo 2020.

Domo-Kun sulla sinistra | Miraitowa e Someity sulla destra

Domo-Kun sulla sinistra | Miraitowa e Someity sulla destra

A questo punto sembra quasi superfluo chiederselo, ma forse è necessario rispondere alla domanda: “cos’è una Yuru-Chara?”
Secondo il creatore del termine, il sopracitato Jun Miura, le Yuru-Chara dovrebbero riuscire a

veicolare un forte messaggio di amore per la propria città di origine o regione, avere dei movimenti o comportamenti caratteristici, che siano anche stravaganti ed inusuali, in un certo senso. Inoltre il personaggio dovrebbe essere in-sofisticato, rozzo, e rilassato/goffo (yurui) ma, soprattutto, simpatico e carino da vedere (kawaii)“.

Torniamo però allo “Yuru-Chara Grand Prix“. Questo fenomeno divenuto, non solo un importantissimo evento culturale, ma un vero e proprio traghettatore di denaro per le prefetture in gara, è davvero l’indice fondamentale che può farci comprendere il fenomeno legato alle mascotte. Basti pensare che, nel 2012, la vittoria epocale di Kumamon, la mascotte della prefettura di Kumamoto, avrebbe generato introiti per 123,2 miliardi di yen (1,1 miliardi di euro), tra merchandising e turismo, come riporta Il Post. Sempre in quegli anni, secondo una ricerca riportata dalla CNN, le vendite guidate dal mercato delle mascotte ammontavano a circa 16 miliardi di dollari in Giappone.

Insomma, come abbiamo già discusso, il fenomeno delle mascotte è stato, anche se per un periodo di tempo relativamente breve, di matrice prevalentemente economica; al punto tale che una vittoria durante lo “Yuru-Chara Grand Prix” poteva determinare introiti importantissimi per la prefettura che ne beneficiava. Così è avvenuta la mutazione di questo evento, nato per unire gli appassionati del fenomeno “Yuru-Chara” – che ricordiamo nasce da un contesto amatoriale, naïve in un certo senso – in una specie di “gara d’appaltosotto mentite spoglie. Forse, in tal senso, è giusto che un evento del genere sia finito nel dimenticatoio.

Takata no Yume-chan e la sua città di origine, Rikuzentakata, dopo lo tsunami del 2011

Takata no Yume-chan e la sua città di origine, Rikuzentakata, dopo lo tsunami del 2011

Lo “Yuru-Chara Grand Prix” era diventato, negli ultimi anni, una competizione i cui partecipanti puntavano esclusivamente al risultato, dunque, il lauto, e indiretto, premio danaroso. L’ultima edizione (2020) è esemplificativa di questa deriva: la mascotte vincitrice di quell’anno Takata no Yume-chan, ha raggiunto il risultato sperato gareggiando aspramente con le rappresentanti di molte aziende in gara. Tutto ciò, nonostante la  Yuru-Chara in questione fosse nata per aiutare la sua prefettura di origine, Iwate, e nello specifico la sua città, Rikuzentakata, colpita dallo tsunami del 2011. Ovviamente il problema non sta nella competizione, però gareggiare con l’esclusivo interesse verso il lucro a discapito di realtà come questa con un bisogno reale di pubblicità e interesse pubblico, è quantomeno moralmente controverso.

Questa storia permette anche di comprendere quanto i pupazzoni, che quasi sembrano entità sovra-umane, nascondano non solo un/a poveretto/a sudato/a al loro interno, ma anche realtà pesanti quasi quanto i loro testoni. Le Yuru-Chara sono divertimento, spettacolo e folklore ma sono anche, soprattutto negli anni che hanno segnato il loro picco: pubblicità, competizione e soldi, tantissimi soldi.


Una mascotte per ogni cosa


Sperando di aver dato abbastanza informazioni per placare la vostra sete, ci sembra dovuto dare alle Yuru-Chara stesse lo spazio che meritano. Ecco quindi una rapida carrellata delle più strane, assurde e fuori luogo mascotte che siamo riusciti a trovare.

Zombear e la sua cittadina natale, Otaru, in Hokkaido

Zombear e la sua cittadina natale, Otaru, in Hokkaido

Cominciamo con Zombear – vi lasciamo anche il profilo IG ufficiale – un nome che è tutto un programma. Si tratta di una di quelle mascotte che rientrano in uno strano sotto-gruppo che fa leva sul grottesco. Questo strano orso blu non-morto (ma nemmeno vivissimo) è nato per promuovere il famoso Curry Blu di Otaru una cittadina dell’Okkaido. La sua storia parla di un vagabondaggio durato 70 anni alla ricerca di un ragazzo, forse il suo vecchio proprietario, chi lo sa; anche se forse sarebbe meglio che non lo trovasse, non siamo sicuri di cosa vuole fargli…

Ama-zoness, mascotte della cittadina di Ama, nella prefettura i Aichi, nata per pubblicizzare il tipico cipollotto verde

Ama-zoness, mascotte della cittadina di Ama, nella prefettura i Aichi, nata per pubblicizzare il tipico cipollotto verde

Adesso parliamo un po’ di Ama-zoness, questa è veramente assurda ma, al contempo, divertente da morire. Ama-zoness – no, Amazon non centra nulla – è un’amazzone sadomaso (letteralmente) originaria della prefettura di Aichi e riconosciuta dalla Camera di Commercio e dell’Industria. Nasce per pubblicizzare e far conoscere il cipollotto verde, tipico della sua città di origine, Ama, che – ovviamente – utilizza come un frustino verso tutti coloro che la incontrano. Purtroppo pare non aver avuto molto successo in rete, eppure il potenziale c’è.

I giapponesi, ormai lo abbiamo capito, hanno una vera e propria fissazione per le icone, più o meno mostruose che siano: credete davvero che un evento importante come il Covid-19 non abbia portato alla genesi di una mascotte personalizzata?
Ovviamente quest’ultima ha visto la luce: era impossibile affidare la divulgazione delle regole per evitare l’infezione e le pratiche da adottare nella vita quotidiana ad una persona in carne ed ossa, c’era bisogno dell’aiuto di Quaran. Indispensabile, davvero.

Quaran, la mascotte giapponese nata per diffondere le norme anti-Covid alla popolazione

Quaran, la mascotte giapponese nata per diffondere le norme anti-Covid alla popolazione

Poche cose ancora mancavano all’appello delle stranezze giapponesi rappresentate da una mascotte, una di queste sono le prigioni. Ovviamente anche queste strutture meritano di essere degnamente ricordate, non solo per le atrocità avvenute all’interno, ma anche per la carinissima Yuru-Chara che le abita. Parliamo in particolare della prigione di Asahikawa, situata nell’omonima cittadina dell’Hokkaido, all’estremo nord del Giappone. Questa prigione è molto conosciuta nel paese e, come si addice ad una struttura istituzionale di questo calibro, merita un’icona d’eccellenza, anzi due: Katakuri-chan e Katakuri-kun.
Ovviamente non si tratta dell’unica struttura di questo genere che possiede una Yuru-Chara personalizzata, date un occhio anche alle prigioni di Abashiri ed il Nara Juvenile Detention Centre per farvi un’idea.

Katakuri-kun, una delle due mascotte della prigione di Asahikawa in Giappone

Katakuri-kun, una delle due mascotte della prigione di Asahikawa in Giappone

Infine vi invitiamo a dare un’occhiata anche alle mascotte – tre ragazzine 2D – create ad hoc per l’esercito giapponese, ovviamente una per la fanteria terreste, una per la marina militare ed una per l’aeronautica (così da non far torto a nessuno) che purtroppo esulano dal concetto di Yuru-Chara. Nonostante ciò fungono, ancora una volta, da perfetti esempi della “mania personificatrice” del popolo giapponese che abbiamo citato a più riprese. Il Giappone si ri-conferma capace di sintetizzare perfettamente, almeno per il suo mercato e la sua sensibilità nazionale, il grottesco, l’assurdo e l’istituzionale.

Appena avete smaltito lo sbigottimento per l’assurdo mondo delle Yuru-Chara, vi consigliamo di andare a dare un’occhiata alla nostra recensione della serie animata di Solo Leveling qui!

#INBREVE

Yuru-Chara: soldi e follia

Le Yuru-Chara sono un fenomeno senza eguali nel mondo, che è riuscito a polarizzare il paese verso un’ossessione collettiva, lentamente scemata nel corso di un decennio. Una fiamma fortissima, di una luce accecante che ha fatto fatica a resistere.
Ovviamente molto più interessanti dei design è ciò che si cela alle spalle, le origini mitologiche e religiose, ma soprattutto gli introiti in denaro spaventosamente grandi. L’unico paese al mondo che riesce a monetizzare così bene il cringe. Bravissimi, davvero.

Classe '99, amichevole e moderatamente caustico. È il Caporedattore delle sezioni "Animazione" e "Japan": ama il versante animato della settima arte e la cultura giapponese, ma non solo. Scrive per trasmettere la giusta media fra emozione e informazione.

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