One Piece capitolo 1195: analisi e approfondimento

One piece capitolo 1195

One Piece capitolo 1195: il tuo appuntamento settimanale


Benvenuti nella rubrica settimanale di approfondimento su One Piece, in cui ogni settimana andiamo a fondo nei nuovi capitoli del manga, tra colpi di scena, teorie e dettagli che vi siete (forse) persi; si continua oggi proprio con il capitolo 1195 di One Piece, ma attenzione: da qui in avanti ci sono spoiler belli grossi.

L’analisi si basa sulle raw scans disponibili prima della pubblicazione ufficiale, che in italiano arriva con un certo ritardo attraverso i volumi cartacei o digitali pubblicati da Star Comics. Il capitolo ufficiale è, invece, disponibile ogni domenica in varie lingue, tra cui l’inglese, sul sito MANGA Plus.

In caso vi foste persi gli eventi cruciali del capitolo precedente, niente paura: trovate disponibile sul nostro sito l’approfondimento completo sul capitolo 1194 di One Piece, dove abbiamo analizzato gli avvenimenti principali.

Se non siete in pari con il manga, fate un passo indietro. Se lo siete, siete nel posto giusto.

op elbaf mugiwaraI Mugiwara in un’immagine tratta dall’anime di One Piece – © Eiichiro Oda / Toei Animation / Shueisha

Attenzione: l’articolo contiene spoiler per chi non fosse in pari con i capitoli del manga.


“Debolezza”


Cosa significa essere davvero forti? Possedere un potere superiore a quello dei propri avversari? Riuscire a imporsi anche nelle situazioni più disperate? Oppure avere il coraggio di riconoscere qualcosa di sé che, per troppo tempo, si è cercato di ignorare?

Il capitolo 1195 di One Piece, intitolato «Debolezza», sembra voler rispondere proprio a queste domande, attraverso una narrazione che alterna combattimenti, ricordi e rivelazioni destinate a lasciare il segno.

A Elbaf, gli scontri contro i Cavalieri Divini si avvicinano a un definitivo punto di svolta. Zoro ha finalmente compreso come utilizzare consapevolmente l’Haki del Re Conquistatore, mentre Sanji continua a scontrarsi con un avversario apparentemente impossibile da abbattere, se stesso. Nel frattempo, Gunko recupera i ricordi della principessa Shuri e la Biblioteca del Gufo torna a essere il centro di uno dei misteri più affascinanti dell’intera opera.

Eppure, a rendere particolarmente interessante il capitolo 1195 di One Piece non sono soltanto gli avvenimenti in sé, quanto il filo conduttore che sembra unirli.

Zoro e Sommers: un demone mette in fuga un dio 

Il capitolo 1195 di One Piece riprende esattamente da dove ci eravamo lasciati. Dopo aver trasformato Sommers in una sorta di bersaglio su cui perfezionare il controllo del proprio Haki, Zoro sembra aver finalmente raggiunto la consapevolezza necessaria per utilizzare il suo potere senza esitazioni.

E la reazione del Cavaliere Divino è impagabile. Sommers, fino a pochi istanti prima convinto della propria superiorità, comprende improvvisamente di trovarsi davanti a un avversario in grado di ucciderlo. Non tenta più di provocarlo, non cerca di riaffermare la propria autorità e, soprattutto, non sembra avere alcuna intenzione di proseguire lo scontro. Scappa. Disperatamente.

È difficile non apprezzare il modo in cui Oda ha caratterizzato questo personaggio. Sommers è teatrale, sadico, grottesco, capace di passare dalla più sprezzante arroganza a una paura quasi infantile nel giro di pochissime vignette. Una caratterizzazione che rende la sua fuga perfettamente coerente con quanto visto finora e, soprattutto, estremamente soddisfacente.

A inseguirlo troviamo uno Zoro che sembra uscito direttamente da un incubo.

Il primo piano dedicato allo spadaccino è probabilmente una delle immagini più riuscite del capitolo: il sorriso inquietante, lo sguardo carico di determinazione e quella sorta di fumo che sembra fuoriuscire dall’occhio ancora aperto contribuiscono a restituirci una figura quasi demoniaca.

Ed è proprio qui che si crea un contrasto particolarmente interessante.

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Zoro in un estratto del capitolo 1195 di One Piece – Immagine: © Eiichiro Oda / Shueisha – Uso editoriale

Il presunto dio fugge terrorizzato davanti al demone, in un ribaltamento simbolico che sovverte i tradizionali archetipi del manga: il divino incarna la tirannia, mentre il demoniaco si fa espressione di libertà e giustizia.

Un colpo invisibile, una consapevolezza riscoperta

Peccato, però, per la conclusione dello scontro.

Oda sceglie di non mostrarci direttamente il colpo decisivo. Al suo posto troviamo un’esplosione di fumo e scariche di Haki, sufficienti a suggerire la violenza dell’attacco, ma non a restituirci completamente la soddisfazione di assistervi.

Una scelta che lascia inevitabilmente un po’ di amaro in bocca. Dopo aver dedicato tanto spazio alla crescita dello spadaccino, sarebbe stato bello vedere nel dettaglio il risultato di questa nuova consapevolezza. Non è comunque escluso che Oda decida di mostrarci successivamente quanto accaduto.

Per il momento, la sconfitta di Sommers appare quantomeno fortemente suggerita, anche se conosciamo abbastanza bene le capacità rigenerative dei Cavalieri Divini da non poter parlare con certezza della sua morte definitiva.

Ma c’è un aspetto che merita di essere sottolineato. Come abbiamo approfondito nell’analisi del capitolo 1194, Zoro incarna da sempre molti degli ideali associati alla figura del rōnin: disciplina, determinazione, fedeltà a un codice personale e una ricerca incessante del perfezionamento.

In questo capitolo, quelle caratteristiche trovano una nuova espressione. Zoro non ha semplicemente acquisito un potere superiore. Ha imparato a comprenderlo, ad accettarlo e a utilizzarlo come naturale estensione della propria volontà.

Ed è forse proprio questo a rendere la sua crescita così convincente. Non stiamo assistendo alla nascita di uno Zoro diverso, ma alla piena affermazione di quello che abbiamo sempre conosciuto.

Gunko e Brook: il dolore di ricordare chi eravamo

Se la prima parte del capitolo ci regala un momento di grande soddisfazione, la sequenza successiva cambia completamente registro.

Gunko si risveglia. Davanti a lei ci sono Brook, Jinbe, Franky e Nami. Il controllo esercitato da Imu sembra essersi momentaneamente interrotto e, finalmente, i ricordi che avevano cominciato a riaffiorare nei capitoli precedenti acquistano una forma più nitida.

La principessa Shuri ricorda Brook, il tempo trascorso insieme, le persone che hanno fatto parte della sua vita. E Brook, riconoscendo nella donna che ha davanti la bambina di un tempo, cerca di raggiungerla attraverso ciò che ancora li unisce. Non con la forza o con un discorso particolarmente elaborato, ma semplicemente ricordandole quello che hanno condiviso.

Ed è una scena di una delicatezza straordinaria. Perché Brook, che siamo abituati a vedere come uno dei personaggi più comici e stravaganti della ciurma, torna ancora una volta a confrontarsi con qualcosa che conosce fin troppo bene: il dolore di un passato che non può essere recuperato.

Brook è sopravvissuto alla perdita dei propri compagni, ha trascorso cinquant’anni in solitudine e ha continuato a vivere aggrappandosi ai ricordi e a una promessa. La sua stessa esistenza è costruita attorno alla memoria di persone che non ci sono più.

Ritrovare Shuri significa, in qualche modo, ritrovare un frammento di quella vita perduta.

Ma Oda sceglie di non regalarci una riconciliazione semplice. Gunko piange, ricorda e sembra riconoscere il legame con Brook. Eppure, quando arriva il momento di presentarsi, non pronuncia il nome di Shuri. Dice di essere Gunko, della famiglia Manmayer.

Poi se ne va, allontanando Brook e lasciandosi dietro lacrime che sembrano raccontare molto più di quanto riescano a fare le sue parole. Ed è proprio questa scelta a rendere la scena così potente.

Il dolore di ricordare chi non siamo più

Sarebbe stato relativamente semplice restituirci una Shuri completamente libera dal controllo di Imu, pronta a riabbracciare il proprio passato e a schierarsi immediatamente dalla parte dei protagonisti. Ma una soluzione del genere avrebbe rischiato di trascurare un elemento fondamentale: il tempo.

Gunko non è stata Shuri per tutta la sua vita. Al contrario, lei ha trascorso un periodo enormemente più lungo sotto la propria identità attuale, al servizio di un potere che ne ha progressivamente condizionato la memoria, le emozioni e la percezione di sé.

Il breve ricordo in cui la vediamo rivolgersi supplichevolmente a Imu aggiunge un ulteriore elemento di inquietudine. Non conosciamo ancora le circostanze precise di quella scena, ma appare evidente che il rapporto tra i due nasconda qualcosa di profondamente doloroso.

Ed è qui che il conflitto diventa particolarmente umano. Cosa accade quando recuperiamo i ricordi di una persona che siamo stati, ma che non riconosciamo più completamente come noi stessi? È sufficiente ricordare il passato per cancellare tutto ciò che è accaduto dopo?

Probabilmente no. E Gunko sembra trovarsi esattamente in questa condizione. I ricordi di Shuri sono tornati, ma questo non significa che l’identità costruita nei decenni successivi possa semplicemente scomparire.

Le sue lacrime raccontano un conflitto che non ha ancora trovato una soluzione. E forse è giusto così.

Non sappiamo se Gunko diventerà un’alleata, se tornerà a essere una nemica o se Oda sceglierà per lei un percorso completamente diverso. Ma, al contrario di quanto abbiamo fatto nelle analisi precedenti prima di ritrovarci di fronte al faccia a faccia tra Brook e Shuri, sarebbe riduttivo trasformare immediatamente una scena tanto delicata nell’ennesimo esercizio di previsione narrativa.

Nefertari D. Lily: il Secolo Vuoto passa da Elbaf

Lasciamo il Sentiero Secondario per tornare alla Biblioteca del Gufo, dove Chopper continua a svolgere il prezioso ruolo di interprete di Biblo. Questa volta, però, le parole del gigantesco gufo hanno un peso ben diverso.

Biblo racconta che, circa ottocento anni fa, durante il Secolo Vuoto, a Elbaf viveva una donna umana di nome Lily, la quale lasciò qualcosa custodito in uno scrigno legato al nonno del gufo.

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Imu, nella Stanza dei Fiori, ammira il ritratto di Lily in un’immagine tratta dall’anime di One Piece – © Eiichiro Oda / Toei Animation / Shueisha

Parliamo di Nefertari D. Lily, l’antica sovrana di Alabasta, figura centrale negli eventi del Secolo Vuoto e personaggio che sembra aver avuto un ruolo determinante nella diffusione dei Poneglyph.

Il suo nome è stato prepotentemente presentato al centro della narrazione durante il Reverie, nel capitolo 1085, quando Imu aveva discusso con Cobra della scomparsa della regina e del misterioso errore che avrebbe provocato la dispersione delle antiche iscrizioni nel mondo. E ora scopriamo che Lily potrebbe aver trascorso parte della propria vita proprio a Elbaf.

Da Lily a Joy Boy, Elbaf è al centro

La terra dei giganti sta dunque assumendo un’importanza sempre più evidente nella ricostruzione della storia del mondo di One Piece. Tra i riferimenti a Nika, il ruolo di Joy Boy, l’ostilità di Imu e le testimonianze custodite attraverso i secoli, Elbaf sembra essere molto più di una semplice tappa nel viaggio della ciurma. E la presenza di Lily aggiunge un nuovo tassello a questo mosaico.

Non possiamo fare a meno di pensare anche all’enorme cappello di paglia custodito nella stanza segreta di Marie Geoise, un’immagine che Oda ci ha mostrato molti anni fa e il cui significato continua a sfuggirci.

La sua dimensione, naturalmente, non basta a dimostrare un collegamento diretto con Elbaf, ma la possibilità che giganti, Joy Boy e Lily abbiano condiviso una parte importante della storia antica diventa sempre più affascinante, soprattutto se consideriamo che Imu ha già associato Elbaf alla misteriosa volontà della D.

Non sappiamo ancora cosa Lily abbia lasciato nello scrigno, né quale fosse il suo rapporto con gli abitanti dell’isola. E sarebbe prematuro attribuirle un ruolo preciso negli avvenimenti che portarono alla caduta dell’Antico Regno.

Ma Oda sta progressivamente avvicinando personaggi, luoghi e misteri che per decenni abbiamo considerato separati.

E con gli scontri che sembrano avviarsi verso una concreta conclusione, è difficile non immaginare che la parte finale dell’arco di Elbaf possa riservarci alcune delle rivelazioni più importanti dell’intera opera.

Sanji contro Killingham: il peso di sentirsi sempre in difetto
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Zaza, dea della pioggia via @cadalinjohans on Pinterest – Immagine: © Eiichiro Oda / Shueisha – Uso editoriale

Ci spostiamo al Villaggio Ovest, dove la situazione continua a essere drammatica. Zaza, l’incubo materializzato da Killingham, prosegue la propria opera di devastazione, mentre Sanji tenta disperatamente di avere la meglio sul Cavaliere Divino. Eppure, nonostante la violenza dei suoi attacchi, qualcosa continua a non funzionare.

Sanji colpisce, distrugge il corpo del proprio avversario, insiste. Ma ogni tentativo sembra rivelarsi inutile, mentre le ferite sul suo corpo aumentano progressivamente.

Killingham, dal canto suo, non perde occasione per deriderlo. Il Cavaliere Divino riconosce le straordinarie capacità fisiche del cuoco, arrivando a sottolinearne la resistenza quasi sovrumana. Tuttavia, continua a considerarlo un avversario inferiore, convinto che Sanji non possieda l’Haki del Re Conquistatore necessario a sconfiggerlo definitivamente.

Una dinamica che ricorda inevitabilmente quella vista nello scontro tra Zoro e Sommers.

Anche in questo caso abbiamo un Cavaliere Divino convinto della propria superiorità e un membro della ciurma che deve trovare il modo di superare un limite apparentemente invalicabile.

E anche questa volta, a indicare la strada, troviamo Scopper Gaban. Le parole dell’ex pirata di Roger riaffiorano nella mente di Sanji, mettendo in discussione qualcosa che va ben oltre la sua forza fisica: la considerazione che ha di se stesso.

Gaban gli aveva fatto notare quanto le sue insicurezze sembrassero consumarlo. Ed è interessante osservare come Oda stia utilizzando questo personaggio all’interno dell’arco narrativo.

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Saint Killingham via @sodiumchloridess_ on Pinterest – Immagine: © Eiichiro Oda / Shueisha – Uso editoriale
Oltre il protagonista: la forza (e la debolezza) della scrittura di Oda
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Scopper Gaban via @Ruivis26 on Pinterest – Immagine: © Eiichiro Oda / Shueisha – Uso editoriale

Gaban non è soltanto una figura leggendaria chiamata a dimostrare quanto fossero potenti i Pirati di Roger. Sta diventando un vero punto di riferimento per la crescita dei protagonisti, e non esclusivamente per quella di Luffy.

È una scelta che apprezzo particolarmente. In un’opera così lunga, dove il protagonista è inevitabilmente destinato a occupare il centro della scena, Oda continua a dedicare spazio allo sviluppo dei suoi compagni. Zoro e Sanji non sono semplici strumenti attraverso cui dimostrare la forza della ciurma, ma personaggi con conflitti, aspirazioni e percorsi individuali che meritano di essere approfonditi.

Certo, il meccanismo narrativo comincia a risultare leggermente familiare, soprattutto dopo quanto visto con Zoro nel capitolo precedente. Ma questo non ne riduce necessariamente l’efficacia.

Perché se Zoro aveva bisogno di comprendere come utilizzare il proprio potere, Sanji sembra dover affrontare un problema molto più intimo: imparare a riconoscere il proprio valore.

La nobiltà del sacrificio e il diritto alla felicità

E a questo punto Oda ci regala una sequenza di ricordi che, personalmente, considero tra i momenti più interessanti del capitolo 1195 di One Piece.

Torniamo al Baratie, ad Arlong Park e a Whole Cake Island. Tre momenti lontanissimi tra loro, ma accomunati da una caratteristica fondamentale: Sanji è disposto a soffrire, sacrificarsi e persino accettare la sconfitta pur di proteggere qualcun altro. È una costante del suo personaggio, presente fin dalle prime apparizioni.

Sanji è un individuo che sembra considerare la sofferenza personale un prezzo perfettamente accettabile, purché qualcun altro possa essere risparmiato, disposto a rinunciare ai propri sogni, ai compagni e alla felicità pur di evitare che le persone a cui vuole bene paghino le conseguenze delle sue scelte.

Quanto può essere nobile la vita di chi è disposto a sopportare il peso della sconfitta pur di salvare gli altri?

Ma, soprattutto, cosa succede quando questa predisposizione al sacrificio diventa anche l’incapacità di considerare la propria felicità importante quanto quella altrui? Forse è proprio questo il punto sul quale Oda vuole portarci a riflettere.

Sanji ha dimostrato infinite volte di essere un uomo straordinariamente generoso, ma altrettanto spesso ha faticato a riconoscere che anche lui merita di essere protetto.

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La sequenza di ricordi di Sanji in un estratto del capitolo 1195 di One Piece – Immagine: © Eiichiro Oda / Shueisha – Uso editoriale
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Mentre Sanji continua a fare i conti con i propri ricordi, Killingham approfitta della situazione per trafiggerlo. Ed è proprio in questo momento di sofferenza che la memoria del cuoco torna ancora più indietro, fino ai due anni trascorsi nel Regno di Kamabakka, durante il salto temporale. Un periodo che abbiamo sempre associato principalmente alla componente comica di One Piece, tra inseguimenti, allenamenti estenuanti e situazioni volutamente grottesche.

Questa volta, però, Oda sembra intenzionato a mostrarcelo sotto una luce differente. L’ultima vignetta del capitolo 1195 di One Piece ci restituisce il volto inconfondibile di Emporio Ivankov, che rivela a Sanji di aver individuato in lui una grande debolezza. E il capitolo 1195 di One Piece si interrompe proprio qui.

Naturalmente, il primo collegamento che viene spontaneo fare riguarda Crocodile.

Durante gli eventi di Impel Down, precisamente nel capitolo 540, Ivankov aveva dimostrato di conoscere un punto debole dell’ex membro della Flotta dei Sette, utilizzando quell’informazione per assicurarsi la sua collaborazione.

Una vicenda che ha alimentato per anni alcune delle teorie più fantasiose della community, compresa quella, ormai tanto celeberrima quanto imbarazzante, secondo cui Crocodile sarebbe addirittura la madre di Luffy.

Ma attenzione: Ivankov parlava di una debolezza, non necessariamente di un segreto legato all’identità di genere. E il manga non ha mai confermato interpretazioni del genere.

Il parallelismo con Sanji è comunque interessante, soprattutto perché ci ricorda una caratteristica spesso sottovalutata di Ivankov.

Ivankov e Sanji (2)
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Emporio Ivankov in un’immagine tratta dall’anime di One Piece – © Eiichiro Oda / Toei Animation / Shueisha

Al di là dei suoi poteri e dell’eccentricità con cui viene rappresentato, Ivankov è un personaggio capace di leggere le persone, individuare le loro fragilità e confrontarle con ciò che cercano di nascondere.

Ed è proprio su questo aspetto che vorrei soffermarmi. Ivankov incarna una libertà che attraversa il corpo, l’identità, l’espressione di genere e il modo stesso di rapportarsi al mondo. Una libertà vissuta senza chiedere continuamente il permesso di esistere, accompagnata da una capacità di accogliere e comprendere gli altri che rende il personaggio molto più profondo della sua caratterizzazione inizialmente caricaturale.

È un contrasto particolarmente interessante se messo accanto alla figura di Sanji. Perché Sanji, nonostante la sua sensibilità e la sua straordinaria empatia, ha spesso dimostrato di essere prigioniero di un’immagine molto rigida di ciò che un uomo dovrebbe essere. Il suo rapporto con la virilità è complesso, a tratti contraddittorio.

Da una parte troviamo un personaggio capace di una dolcezza quasi disarmante, dall’altra un uomo che sente costantemente il bisogno di dimostrare la propria forza, il proprio coraggio e la propria capacità di proteggere gli altri.

E se fosse proprio questa contraddizione a rappresentare la sua debolezza? Se Sanji avesse imparato a considerare la vulnerabilità come qualcosa da nascondere, anziché come una parte fondamentale della propria umanità?

Ivankov e Sanji (3)

Mi viene in mente, a questo proposito, un personaggio apparentemente lontanissimo dall’universo di Oda: Agrado, interpretata da Antonia San Juan nel film Tutto su mia madre di Pedro Almodóvar.

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Agrado in una scena tratta dal film “Tutto su mia madre” di Pedro Almodóvar © 1999 El Deseo S.A. – Immagine utilizzata a scopo editoriale. Tutti i diritti riservati ai rispettivi titolari

Agrado è un personaggio che esprime con grande naturalezza la propria identità, portando sullo schermo una riflessione sulla libertà di essere autentici e sul rapporto tra ciò che siamo e ciò che desideriamo diventare.

Non si tratta di sostenere che Ivankov e Agrado abbiano lo stesso percorso o la stessa funzione narrativa, ma entrambi permettono di ragionare su quanto possa essere liberatorio smettere di misurare la propria esistenza attraverso le aspettative degli altri.

Ed è qui che il confronto con Sanji diventa particolarmente stimolante. Sanji ha trascorso gran parte della propria vita cercando di allontanarsi dall’immagine di uomo imposta dalla famiglia Vinsmoke. Ha rifiutato la crudeltà di Judge, la disumanità dei suoi fratelli e l’idea che la sensibilità costituisca un difetto.

Eppure, nonostante questa ribellione, potrebbe aver conservato dentro di sé altre forme di rigidità, altre aspettative su ciò che dovrebbe essere.

Forse Ivankov aveva riconosciuto proprio questo. Non una mancanza di forza, ma la difficoltà di accettare completamente alcune parti della propria personalità.

Naturalmente, siamo ancora nel campo delle interpretazioni. Non sappiamo a cosa si riferisca concretamente la debolezza individuata da Ivankov, né se essa sia direttamente collegata al possibile risveglio dell’Haki del Re Conquistatore, ma sarebbe affascinante se Oda decidesse di costruire l’evoluzione di Sanji non attraverso un semplice incremento delle sue capacità combattive, bensì attraverso una maggiore consapevolezza emotiva.

La prossima settimana One Piece non sarà in pausa e tornerà regolarmente con il capitolo 1196!

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Spero di trasmettere, attraverso parole appassionate, le emozioni che provo leggendo manga e guardando anime, esplorando gli spunti di riflessione umana che queste storie sanno accendere.

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