One Piece capitolo 1197: analisi e approfondimento

One piece capitolo 1197

One Piece capitolo 1197: il tuo appuntamento settimanale


Benvenuti nella rubrica settimanale di approfondimento su One Piece, in cui ogni settimana andiamo a fondo nei nuovi capitoli del manga, tra colpi di scena, teorie e dettagli che vi siete (forse) persi; si continua oggi proprio con il capitolo 1197 di One Piece, ma attenzione: da qui in avanti ci sono spoiler belli grossi.

L’analisi si basa sulle raw scans disponibili prima della pubblicazione ufficiale, che in italiano arriva con un certo ritardo attraverso i volumi cartacei o digitali pubblicati da Star Comics. Il capitolo ufficiale è, invece, disponibile ogni domenica in varie lingue, tra cui l’inglese, sul sito MANGA Plus.

In caso vi foste persi gli eventi cruciali del capitolo precedente, niente paura: trovate disponibile sul nostro sito l’approfondimento completo sul capitolo 1196 di One Piece, dove abbiamo analizzato gli avvenimenti principali.

Se non siete in pari con il manga, fate un passo indietro. Se lo siete, siete nel posto giusto.

op elbaf mugiwaraI Mugiwara in un’immagine tratta dall’anime di One Piece – © Eiichiro Oda / Toei Animation / Shueisha

Attenzione: l’articolo contiene spoiler per chi non fosse in pari con i capitoli del manga.


“L’amore è la miglior difesa”


Ci sono battaglie che non si combattono contro un nemico, ma contro ciò che siamo convinti di essere. Battaglie silenziose, che possono accompagnarci per tutta la vita e che, talvolta, finiscono per diventare molto più difficili di qualsiasi scontro fisico.

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Sanji in un’immagine tratta dall’anime di One Piece – © Eiichiro Oda / Toei Animation / Shueisha

Il capitolo 1197 di One Piece è il punto d’arrivo di una di queste battaglie.

Eiichiro Oda prosegue il percorso introspettivo iniziato nei capitoli precedenti, accompagnando Sanji verso una consapevolezza che, per troppo tempo, il nostro cuoco ha cercato lontano da se stesso.

Tra ricordi, rimpianti e un combattimento sempre più serrato contro Killingham, assistiamo a un’evoluzione che non riguarda soltanto la forza del personaggio, ma soprattutto il significato che quella stessa forza ha assunto nel corso della sua vita.

Una nuova consapevolezza

Il capitolo 1197 di One Piece riprende esattamente da dove ci eravamo lasciati, con Sanji e Killingham ancora impegnati nel loro combattimento. E bastano poche vignette per comprendere che qualcosa è cambiato.

Sanji appare decisamente più sicuro di sé, quasi rinfrancato dalle riflessioni che hanno caratterizzato lo scorso capitolo. La sua ritrovata sicurezza si manifesta immediatamente in una scena tanto assurda quanto meravigliosamente coerente con il personaggio: il cuoco riesce a parare un attacco di Killingham utilizzando il mozzicone della propria sigaretta.

Un momento monumentale, nel quale Oda riesce a condensare tutta l’eccentricità di Sanji senza rinunciare alla serietà del contesto.

Perché, al di là dell’azione, è proprio l’atteggiamento del cuoco a catturare la nostra attenzione. Killingham continua a provocarlo, accompagnando ogni attacco con la sua consueta arroganza, ma Sanji sembra ormai molto meno interessato alle parole del suo avversario.

La vera battaglia, del resto, si sta svolgendo altrove.

Il peso di un nome che non abbiamo scelto

Mentre lo scontro prosegue, Sanji torna con la mente alla propria famiglia, ripensando a quanto, durante l’infanzia, abbia desiderato morire piuttosto che diventare come loro. Un pensiero terribile, ma perfettamente comprensibile alla luce di tutto ciò che conosciamo del personaggio.

Quante volte ci siamo ritrovati nel posto sbagliato, circondati dalle persone sbagliate? Quante volte abbiamo avvertito un senso di inadeguatezza proprio negli ambienti nei quali avremmo dovuto sentirci maggiormente al sicuro? Per Sanji, quella sensazione ha assunto proporzioni devastanti.

La famiglia Vinsmoke, che avrebbe dovuto rappresentare il suo primo punto di riferimento, è stata invece l’origine delle sue insicurezze più profonde. Un ambiente nel quale la sensibilità era considerata una debolezza e l’affetto qualcosa di sacrificabile in nome della forza.

Sanji non desiderava semplicemente fuggire dalla propria famiglia. Desiderava liberarsi dalla possibilità di diventare come loro. Un rifiuto così profondo da portarlo a considerare la morte come l’unica forma di libertà assoluta, l’unico modo per sottrarsi definitivamente a un’identità che altri avevano deciso di imporgli.

Ma quanto può essere estenuante costruire la propria identità soltanto attraverso il rifiuto di qualcun altro? Forse è proprio questa la domanda alla quale Oda sta finalmente cercando di dare una risposta.

Le persone che ci insegnano a vivere

I ricordi di Sanji continuano a susseguirsi, componendo una sorta di viaggio attraverso le figure che hanno contribuito a renderlo l’uomo che conosciamo.

Tra queste ritroviamo di nuovo Emporio Ivankov, il cui ruolo abbiamo già approfondito nelle analisi degli ultimi due capitoli, e la cui frase dà il titolo al capitolo.

Poi arriva il ricordo di Zeff. Ed è difficile immaginare una figura più importante nella formazione del nostro cuoco.

Zeff non gli ha semplicemente insegnato a cucinare o a combattere. Gli ha mostrato che la vita può essere qualcosa di diverso dalla sopravvivenza, che un sogno può valere sacrifici enormi e che la forza di un uomo non si misura soltanto attraverso ciò che è capace di distruggere, regalandogli un sogno.

Il loro rapporto nasce dalla fame, dalla disperazione e dalla vicinanza della morte, ma si trasforma progressivamente in qualcosa di profondamente umano. Zeff ha insegnato a Sanji che vivere significa anche scegliere per cosa vale la pena continuare a farlo.

Ed è interessante osservare come il percorso del cuoco sembri ricondurlo proprio a quella lezione.

Per anni Sanji ha affrontato i propri limiti tentando di superarli, spesso senza preoccuparsi delle conseguenze sul proprio corpo. Adesso, invece, sembra aver compreso che crescere non significa necessariamente sacrificare una parte di sé. Talvolta significa imparare a proteggerla.

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Zeff in un’immagine tratta dall’anime di One Piece – © Eiichiro Oda / Toei Animation / Shueisha
Il dono di sua madre

Ed eccoci probabilmente al momento più importante dell’intero capitolo.

Sanji ripensa a sua madre, Sora. L’unica vera luce nelle tenebre della sua infanzia, l’unica persona che, prima ancora di Zeff e dei Mugiwara, abbia riconosciuto il valore della sua sensibilità.

Ed è proprio mentre ripensa a lei che il suo iconico sopracciglio torna a cambiare direzione. Fin dalla saga di Whole Cake Island, e successivamente durante gli eventi di Wano, Oda ha utilizzato le sopracciglia di Sanji come un elemento visivo strettamente collegato alla sua natura genetica e al rapporto con i poteri della famiglia Vinsmoke. Ma questa volta il cambiamento sembra assumere un significato ancora più personale.

Sanji arriva finalmente a considerare il proprio corpo non come una maledizione ereditata dalla famiglia, ma come il dono più grande ricevuto da sua madre.

Ed è fondamentale sottolineare proprio questo passaggio. Sanji non pensa ai Vinsmoke. Pensa esclusivamente a Sora. La donna che ha sacrificato tutto pur di impedire che i suoi figli venissero privati delle emozioni, quella stessa sensibilità che Judge considerava un difetto e che ha invece reso Sanji ciò che è.

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Sanji in un estratto del capitolo 1197 di One Piece – Immagine: © Eiichiro Oda / Shueisha – Uso editoriale
Una vita degna di essere difesa

Il suo corpo, tanto odiato e temuto per la possibilità di trasformarlo in qualcosa di simile ai suoi fratelli, diventa improvvisamente qualcosa di prezioso, che merita di essere difeso.

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Niji, Ichiji e Yonji Vinsmoke, i fratelli di Sanji, via @Akataronomi on Pinterest – Immagine: © Eiichiro Oda / Shueisha – Uso editoriale

E qui Oda ribalta uno degli aspetti più dolorosi della psicologia del personaggio. Sanji ha sempre dimostrato di essere disposto a sacrificarsi per chiunque amasse. Lo abbiamo visto innumerevoli volte, anche quando questo significava mettere completamente da parte la propria incolumità.

Ma adesso sembra aver compreso una verità semplicissima, che per lui non è mai stata altrettanto evidente: se non sarà capace di proteggere se stesso, come potrà continuare a proteggere le persone che ama?

Non si tratta di egoismo, né di rinunciare alla propria natura altruista. Si tratta di riconoscere che anche la sua vita possiede un valore indipendente da ciò che può offrire agli altri. Ed è difficile non trovare commovente un’evoluzione del genere, soprattutto pensando al bambino che avrebbe preferito morire piuttosto che accettare la propria esistenza.

La spada e lo scudo del futuro Re dei Pirati (1)

I pensieri di Sanji si spostano quindi sui combattimenti affrontati nel corso del suo viaggio, alle battaglie combattute per difendere qualcosa di molto più importante della propria forza. Perché, in fondo, è sempre stato questo il significato dei suoi scontri.

Sanji non combatte per dimostrare di essere il migliore. Combatte per proteggere ciò che ama, per difendere i propri compagni e per permettere a Luffy di realizzare il suo sogno. Ed è proprio pensando al suo capitano che il cuoco arriva a una riflessione meravigliosa.

Se Zoro sarà la spada di Luffy, lui ne sarà lo scudo.

Una dichiarazione che racchiude perfettamente la complementarità delle due ali del futuro Re dei Pirati. Zoro rappresenta la determinazione incrollabile, la volontà di farsi strada attraverso qualsiasi ostacolo. Sanji incarna invece una forza che trova la propria ragione d’essere nella protezione degli altri.

Naturalmente, sarebbe riduttivo considerare Zoro incapace di proteggere o Sanji incapace di attaccare. Entrambi hanno dimostrato più volte di possedere queste qualità. La differenza risiede piuttosto nel modo in cui interpretano il proprio ruolo. E qui Oda sembra suggerirci qualcosa di ancora più interessante.

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Zoro e Sanji in un’immagine tratta dall’anime di One Piece – © Eiichiro Oda / Toei Animation / Shueisha
La spada e lo scudo del futuro Re dei Pirati (2)

Nelle raffigurazioni di Nika, infatti, ritroviamo proprio una spada e uno scudo. 

Un parallelismo che, considerando la centralità assunta dal Dio del Sole nella narrazione, risulta particolarmente suggestivo.

Luffy è destinato a incarnare la libertà, ma quella libertà non può esistere senza qualcuno disposto a combattere per difenderla. Zoro e Sanji potrebbero dunque rappresentare simbolicamente le due componenti di quella stessa volontà: la forza necessaria ad abbattere gli ostacoli e quella indispensabile a proteggere ciò che si è conquistato.

Non sappiamo ancora se Oda intenda sviluppare esplicitamente questa corrispondenza, ma il richiamo visivo e narrativo è certamente affascinante.

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Nika in un’immagine tratta dall’anime di One Piece – © Eiichiro Oda / Toei Animation / Shueisha

E c’è un altro aspetto che merita di essere approfondito. Il rapporto tra Zoro e Sanji. Due personaggi che trascorrono buona parte del tempo a insultarsi, provocarsi e competere, ma che, nei momenti decisivi, dimostrano una fiducia reciproca praticamente assoluta.

È bellissimo osservare come questa fiducia emerga persino quando sono lontani, attraverso pensieri che nessuno dei due condividerebbe mai apertamente con l’altro. Perché, nonostante le differenze, Zoro e Sanji sembrano riconoscere l’uno nell’altro qualità che hanno sempre faticato a sviluppare individualmente.

Ciascuno a modo proprio, stanno imparando a comprendere anche ciò che li rende diversi. E forse è proprio questa la parte più bella della loro rivalità. Non hanno bisogno di dichiararsi reciprocamente affetto o ammirazione, perché è il rispetto a parlare per loro.

Due uomini profondamente diversi, uniti dalla stessa incrollabile fiducia nel sogno del proprio capitano.

Che personaggi meravigliosi.

Due ali, due percorsi, la stessa destinazione (1)

Torniamo finalmente allo scontro con Killingham. Sanji continua a colpire il Cavaliere Divino, e qualcosa sembra essere cambiato, anche nella risposta del suo avversario. La rigenerazione di Killingham appare infatti più lenta del previsto, lasciando intendere che gli attacchi del cuoco stiano cominciando a produrre effetti differenti rispetto a quelli iniziali. Sanji ha infatti iniziato a utilizzare l’Haki del Re Conquistatore.

Un potere che, come ribadisce lo stesso Killingham, risulta fondamentale per contrastare efficacemente la particolare immortalità dei Cavalieri Divini.

E qui, è necessario tornare al parallelismo con Zoro e agli avvenimenti del capitolo 1195. Ricordate quanto accaduto durante lo scontro tra Zoro e Sommers? Lo spadaccino aveva ormai compreso come affrontare il proprio avversario, arrivando quasi a utilizzarlo come un allenamento per perfezionare il controllo del proprio Haki.

Adesso Oda sembra riproporre una dinamica sorprendentemente simile, ma con una differenza fondamentale.

Zoro stava imparando a padroneggiare un potere del quale aveva già preso coscienza. Sanji, invece, sembra raggiungere quel potere proprio attraverso la scoperta di se stesso.

Due percorsi opposti, ma perfettamente coerenti con le rispettive personalità.

Due ali, due percorsi, la stessa destinazione (2)

Zoro ha sempre costruito la propria identità attorno all’ambizione di diventare lo spadaccino più forte del mondo. La sua crescita passa attraverso la disciplina, il confronto con i propri limiti e la volontà di superarli.

Sanji, al contrario, ha trascorso gran parte della vita cercando di conciliare la propria forza con la paura di perdere ciò che lo rende umano.

L’Haki del Re è tradizionalmente associato a individui dotati di una volontà eccezionale, capaci di imporsi senza rinunciare alle proprie ambizioni. Ma chi ha stabilito che quell’ambizione debba necessariamente coincidere con il desiderio di dominare?

Per Sanji, forse, la più grande forma di conquista consiste proprio nel diventare finalmente padrone della propria esistenza. Non un re che desidera governare gli altri, ma un uomo che ha imparato a non lasciare che siano gli altri a decidere chi debba essere.

Una lettura che rende questo risveglio non soltanto coerente, ma profondamente emozionante.

Il potere di proteggere ciò che siamo
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Saint Killingham in versione ibrida, con l’armatura rivestita di Omen in un estratto del capitolo 1197 di One Piece – Immagine: © Eiichiro Oda / Shueisha – Uso editoriale

Il capitolo 1197 di One Piece si avvicina alla conclusione e Killingham tenta di opporsi al cuoco ricorrendo a un’armatura completamente rivestita di Omen. Una difesa apparentemente formidabile, che Sanji riesce tuttavia a trafiggere.

L’impatto è accompagnato da scariche elettriche riconducibili visivamente all’Haki del Re Conquistatore.

Resta naturalmente da comprendere se Oda confermerà esplicitamente la natura di questo potere, ma la costruzione narrativa del momento appare tutt’altro che casuale. Soprattutto considerando quanto accaduto a Zoro soltanto pochi capitoli prima e gli sviluppi della storia in generale.

Le due ali del futuro Re dei Pirati stanno vivendo una crescita quasi simultanea, ciascuna attraverso un percorso differente, ma entrambe apparentemente destinate a raggiungere un nuovo livello di consapevolezza e forza.

Eppure, ciò che rende il capitolo 1197 di One Piece così riuscito non è la possibilità che Sanji abbia finalmente risvegliato l’Haki del Re. Non è neppure la spettacolarità dei suoi attacchi o la prospettiva di vedere Killingham sconfitto.

È il fatto che, per la prima volta, Sanji sembri combattere anche per se stesso.

Non per dimostrare di essere diverso dai propri fratelli, o per ripagare il sacrificio di sua madre. Non perché ritenga la propria vita sacrificabile in nome di quella degli altri. Ma perché ha finalmente riconosciuto il valore della persona che è diventato.

E se davvero il capitolo 1197 dovesse segnare il risveglio del suo Haki del Re, difficilmente avremmo potuto immaginare un momento più appropriato.

Perché prima di conquistare qualsiasi cosa, Sanji aveva bisogno di riconquistare se stesso.

One Piece non sarà in pausa la prossima settimana. La storia continua!

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Spero di trasmettere, attraverso parole appassionate, le emozioni che provo leggendo manga e guardando anime, esplorando gli spunti di riflessione umana che queste storie sanno accendere.

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