pokemon 30
Due bestie dalle sembianze sconosciute si affrontano in un duello. dietro ciascuno di loro, un ragazzino ad impartire ordini. L’inizio di una scena di lotta? Si. Ma anche l’inizio di una tra le avventure più longeve del panorama videoludico.

In 30 anni, Pokémon ha fatto parecchia strada da quei primi pixel che introducevano generazioni di giocatori nel mondo dei mostri tascabili, nel lontano febbraio 1996. Oggi, dopo nove generazioni, un centinaio di titoli tra serie principali e spin-off (alcuni delle vere perle) e altrettanti spin-off in animazione, gadget eccetera Pokémon non è più un fenomeno, ma un’istituzione. Dopo trent’anni però, non sono evoluti solo i Pokémon: anche il mondo è cambiato.


30 anni di Pokémon, la storia e il fenomeno


Quando nel 1996 Nintendo diede fiducia a Satoshi Tajiri, il risultato furono Poketto Monsutā Aka (Pokémon rosso) e Poketto Monsutā Midori (Pokémon Verde). Il mondo li avrebbe scoperti solo due anni più tardi, con Pokémon Rosso e Pokémon Blu, i primi storici giochi della serie. Forti delle grandi vendite nazionali, si aspettavano un buon successo commerciale. Di certo non si aspettavano di trovarsi tra le mani un vero simbolo della cultura pop e secondo franchise videoludico di sempre dopo Super Mario.

Quel sistema di gioco estremamente semplice, quegli animaletti così carini e “cool” allo stesso tempo e la promessa di libertà che si respirava fin dai primi attimi di gioco fecero immediatamente presa. Per la prima volta, migliaia di bambini in tutto il mondo non avevano genitori a cui dare retta, ma solo la loro intuizione e bravura per avventurarsi nel mondo e dimostrare di che pasta fossero fatti.

Pokémon 30
Una schermata di inizio passata alla storia.

A questo si aggiunse nel frattempo, un cartone animato offriva la stessa esperienza “unendo i puntini” lasciati in sospeso dallo spazio risicato delle cartucce del tempo, il gioco di carte offriva la possibilità di far uscire l’esperienza della prima generazione di allenatori fuori dallo schermo. La “Pokémania” era esplosa.

Giocattoli, vestiti e chi più ne ha più ne metta. Nintendo aveva inserito i Pokémon ovunque nel mondo, col pubblico che a gran voce ne chiedeva sempre di più. Così arrivarono nel 1999 Pokémon Oro e Argento e poi nel 2000 Pokémon Cristallo. Nuovi Pokémon, una nuova trama che si collegava alla vecchia e un sistema di gioco ideato apposta per il Game Boy Color fecero di nuovo scalpore. Con i successivi Pokémon Rubino e Zaffiro (2002) e Smeraldo (2004) si stabilizzò anche il concetto di lotta competitiva, che per quanto complessa (anche se non impossibile) aveva persone da tutto il mondo in lizza per il titolo di “Campione Pokémon”. Nintendo non aveva più dubbi che fosse un modello vincente.

Un modello che non si è più fermato e ha continuato a sfornare titoli dopo titoli. A distanza sempre più ravvicinata, continuando a espandere il nome dei Pokémon in più generi e portandoli nel mondo reale con Pokémon GO nel 2016. Come in ogni storia di popolarità, in 30 anni anche quella di Pokémon non è stata fatta solo di grandi successi: le difficoltà sono state non poche.

Finti mostri, veri mostri?

Sin dagli anni ’70 i videogiochi erano stati il bersaglio di diverse figure tra religiosi, politici e psicologi che erano spaventati dai potenziali effetti negativi del videogioco sui più giovani. Questo fenomeno chiamato “Moral Panic“, era l’estremizzazione di un’intuizione corretta, ossia che i videogiochi possedevano un forte potenziale in termini di impatto sociale.

Tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, all’inizio del percorso di 30 anni fatto da Pokémon, in diversi Paesi del mondo  si sviluppò un “Moral Panic” dedicato esclusivamente ai mostri tascabili. Da un lato vi erano preoccupazioni legate alla presunta natura “violenta” del gioco: l’idea di far combattere creature venne interpretata da alcuni come un incentivo all’aggressività. Dall’altro, in ambienti religiosi conservatori, si diffuse la convinzione che Pokémon promuovesse contenuti esoterici o incompatibili con determinati valori spirituali, a causa del fatto che i Pokémon “utilizzassero la magia” e fossero dei “demoni” e addirittura che apparissero “simboli satanici”.

Come si risolse la questione? Come succede spesso in questi casi: la novità del fenomeno lasciò il posto alla certezza del brand e il fatto che nel tempo non si fossero realizzate le previsioni degli allarmisti fecero decadere completamente il discorso. Pokémon era diventato un’istituzione.


30 anni di Pokémon, il presente e l’istituzione


30 anni Pokémon
Forse i giochi Pokémon più criticati di sempre.

In 30 anni Pokémon è diventato conosciuto universalmente e ormai nessuno si sognerebbe di mettere in dubbio la rilevanza culturale di questo brand. Allo stesso tempo però, essere riconosciuti non significa necessariamente essere nel giusto. Dagli anni 2000 si sono sviluppate diverse critiche al brand Pokémon, principalmente dalla stessa fanbase che li aveva portati sulla vetta. L’accusa? Essere eccessivamente conservatrice nella struttura di gioco.

Per quanto Nintendo sia abbastanza conosciuta per essere poco “sperimentale”, è anche vero che altri franchise Nintendo hanno sperimentato nel tempo nuove formule. Un esempio tra tutti forse la continua reinvenzione di The Legend of Zelda, che ancora negli ultimi anni ha dimostrato grande innovazione. Per Pokémon, invece, l’impressione del pubblico è quella di giocare sempre sul sicuro.

Un’altra problematica che viene sollevata quando si parla di Pokémon è proprio la fanbase: se da un lato critica aspramente, dall’altro continua a comprare gli stessi giochi che critica. Si potrebbe dire che anche dopo 30 anni, Pokémon continua ad avere un influenza enorme, che sembra quasi trascendere la logica nella sua fanbase. Ma forse la risposta è più complessa.

È indubbio che Pokémon da molto tempo non è più solo una serie di videogiochi: è un ecosistema coordinato al millimetro che include milioni di prodotti diversi e altrettanta pianificazione commerciale. Sono in molti ad osservare come i cicli di sviluppo senza fine del brand debbano essere compressi per rispettare scadenze commerciali, a scapito di rifinitura tecnica e sperimentazione. In altre parole, è più difficile prendersi il tempo di cercare strade nuove.

Una corona che pesa?

Le critiche si sono intensificate negli ultimi anni, prima con Pokémon Spada e Scudo (2019) e poi in maniera ancora più evidente con Pokémon Scarlatto e Violetto (2022). In generale, si accusava di mancanza di fantasia nei Pokémon, pessimo sistema di gioco e un sistema operativo molto meno potente di quanto ci si potrebbe aspettare da un gioco contemporaneo. Il tutto, però, sempre contornato dal solito dato: vendite altissime.

Il dibattito sulla qualità tecnica e sulle problematiche di produzione evidenzia una tensione crescente nel mondo degli appassionati e allo stesso tempo non sembra scalfire le vendite. Difficile, non per chi possiede il brand quanto per chi crea il mondo Pokémon da 30 anni, avere lo spazio per far si che la serie evolva proprio come le sue creature.

In altre parole, come si fa ad innovare qualcosa che vende così bene, senza che chi ne trae beneficio ponga un freno? Proprio come un re è tale finché sostenuto dalla sua corte, così il gioco di punta resta tale finché il pubblico lo ama, ma allo stesso tempo non ha spazio per cambiare proprio per il suo essere in cima. Un cerchio senza fine, sicuramente non aiutato dalla nota severità con cui il brand Pokémon e chi gli pesta i piedi vengono gestiti.

Qua si entra in ragionamenti che hanno molto a che fare con politica aziendale ed economia e poco a che fare con quello che è sempre stato il cuore di Pokémon: il rapporto coi Pokémon stessi. Le critiche e le accuse, fondate o meno, insieme al costante attaccamento della fanbase sono certamente la prova che dopo 30 anni i Pokémon sono ancora nei cuori delle persone. Il legame di memoria, nostalgia e appartenenza che accomuna tutti i giocatori di Pokémon, che li fa sentire preoccupati per il futuro dei mostri. In altre parole, ciò che vuol dire essere allenatori.


30 anni di Pokémon, per noi


Anche gli stessi Nintendo e Pokémon Company sembrano celebrare il cuore di ciò che ha fatto appassionare allenatori e allenatrici di tutto il mondo: i Pokémon. Tutti i festeggiamenti sembrano celebrare proprio il rapporto che esiste tra noi, gli allenatori e allenatrici, e i Pokémon. Se sia solo una mossa di marketing o se si stia smuovendo qualcosa nella coscienza di chi detiene i Pokémon lo scopriremo probabilmente a breve.

Andando verso la conclusione di quest’articolo non ci saranno analisi o ragionamenti. Alla fine, se in 30 anni Pokémon ancora fa parlare di se e mi ha portato a scrivere quest’articolo è proprio per le sensazioni.

30 anni di Pokémon, per me

Il primo approccio coi Pokémon per me è stato con la copia di Pokémon Rosso prestatami da mio cugino. Ero molto piccolo, i toni del grigio non erano allettanti, la partita era già iniziata e non capivo come funzionasse. Scartato il gioco.

Pochi anni dopo lo stesso cugino mi convince a giocare a Pokémon Rubino e mi regala la sua copia. Gioco resettato, inizia la intro e sono incuriosito. Come vedo queste creature colorate e particolari, da bambino appassionato di animali e natura, sono immediatamente rapito. Al momento della scelta del mio primo Pokémon, Mudkip, non ho dubbi: la passione per i Pokémon si è accesa. Da quel momento un mondo di storie mi si è aperto davanti, aprendo a sua volta numerose altre storie che in un certo senso hanno costituito chi sono oggi. Questo fanno le storie.

Da allora ho continuato per anni ad esplorare ogni regione, ascoltare e inventare teorie su quei mondi, inseguire Pokémon e cercare di catturarli con l’uso compulsivo di combinazioni di tasti (che al tempo era la regola). Col tempo alla passione si è aggiunta anche la conoscenza e sono arrivati i tipi, le debolezze e le lotte “serie” con gli amici. il culmine della passione è arrivato con Pokémon Nero e Bianco (2010) e i Successivi Nero 2 e Bianco 2 (2012). Le prime animazioni continuative e una delle trame più belle di sempre nel mondo Pokémon mi sono rimaste nel cuore.

Dopo quei giochi la mia attività da allenatore si è un po’ fermata. Ma non l’amore per i Pokémon, che in un modo o nell’altro mi sono sempre rimasti intorno, come i compagni fedeli che sono. Questo pensiero, nato quando ho saputo che i Pokémon avevano 30 anni, è stato il punto di partenza di questo articolo. Alla fine essere allenatori è proprio quel senso di complicità con i nostri compagni di avventura, sia che ci stiano accompagnando tra le avventure dei giochi sia che ci seguano a distanza come un bellissimo ricordo.

Classe ‘98, Filippo Recaneschi ama scavare nel profondo della Pop Culture e dei suoi prodotti. Ama ancora di più condividerla e raccontarla senza stereotipi.

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